Una piccola goccia che compare sotto un raccordo filettato può sembrare un guasto banale. Spesso lo è, ma non sempre. Stringere il raccordo con più forza, avvolgere altro nastro all’esterno o coprire tutto con silicone sono tentativi molto comuni. Il problema è che, nella maggior parte dei casi, una perdita dalla filettatura si risolve bene solo smontando il collegamento, individuando il tipo di tenuta e rifacendolo correttamente.
Prima di prendere la chiave inglese, però, bisogna capire che cosa passa all’interno del tubo. Una perdita su una linea dell’acqua fredda sotto un lavello non presenta gli stessi rischi di una perdita su un impianto del gas, una tubazione di riscaldamento molto calda o un circuito in pressione. Cambiano anche i materiali utilizzabili. Un sigillante perfetto per un raccordo metallico dell’acqua potrebbe essere inadatto alla plastica, al gas o all’acqua potabile. C’è poi un’altra questione che crea parecchi errori: non tutti i raccordi che hanno una filettatura sigillano attraverso il filetto. Alcuni utilizzano una guarnizione piana, un O-ring, un cono o un’altra superficie di battuta. Avvolgere dieci giri di PTFE su un raccordo di questo tipo non risolve la vera causa della perdita. Prima di sigillare, quindi, bisogna capire da dove esce realmente il fluido.
Prima di tutto bisogna capire da dove arriva la perdita
L’acqua tende a seguire superfici, tubi e raccordi prima di cadere. Per questo la goccia visibile nel punto più basso non coincide necessariamente con il punto nel quale nasce la perdita.
Asciugare accuratamente il raccordo è il modo più semplice per iniziare. Una volta eliminata ogni traccia di umidità, si osserva la giunzione mentre l’impianto è in pressione. Se necessario, si può passare intorno al raccordo della carta assorbente asciutta, che rende evidente anche una piccola infiltrazione.
Bisogna stabilire se l’umidità compare esattamente tra filetto maschio e filetto femmina oppure se proviene da una guarnizione, dal corpo di un rubinetto, da un raccordo a compressione o addirittura da una piccola fessura nel metallo.
Questo controllo evita di perdere tempo. Un raccordo crepato, per esempio, non torna affidabile aggiungendo sigillante. Va sostituito. Lo stesso vale per una guarnizione schiacciata o indurita: se è quella a garantire la tenuta, bisogna intervenire sulla guarnizione e non sulla filettatura.
Chiudere l’impianto prima di smontare il raccordo
Una volta individuata la perdita, bisogna togliere pressione alla tubazione. Su un normale impianto idrico domestico significa chiudere la valvola che alimenta quella parte dell’impianto oppure, quando non esiste una valvola locale affidabile, chiudere l’acqua generale.
Dopo la chiusura si apre un rubinetto a valle per scaricare la pressione residua. È un passaggio semplice ma importante. Allentare direttamente un raccordo ancora sotto pressione può trasformare una perdita di poche gocce in un getto d’acqua difficile da controllare.
Su circuiti di riscaldamento bisogna inoltre aspettare che acqua, tubazioni e componenti raggiungano una temperatura sicura. Se il raccordo appartiene a una caldaia, a un circuito pressurizzato o a un’apparecchiatura particolare, bisogna seguire le istruzioni del produttore e valutare se l’intervento richieda un tecnico.
Il discorso cambia completamente per il gas. Se si sospetta una perdita di gas, non si prova a sigillarla come un normale raccordo dell’acqua. Si chiude l’alimentazione quando è possibile farlo in sicurezza, si aerano i locali evitando fiamme e possibili sorgenti di innesco e si richiede l’intervento di un’impresa abilitata. In Italia gli interventi sugli impianti del gas rientrano nella disciplina del D.M. 37/2008. Una riparazione improvvisata non vale il rischio.
Capire se il raccordo sigilla sulla filettatura oppure su una guarnizione
È probabilmente il passaggio più importante dell’intera riparazione. Nei raccordi con filettatura conica, il diametro del filetto varia leggermente lungo il raccordo. Avvitando le due parti, i filetti si impegnano progressivamente uno nell’altro. Un materiale sigillante riempie i piccoli percorsi che potrebbero permettere al fluido di passare.
Su questi raccordi vengono comunemente utilizzati nastro in PTFE, filo sigillante, canapa con pasta idonea oppure sigillanti liquidi o in pasta compatibili con il materiale e con il fluido trasportato.
Nei raccordi con filettatura parallela, invece, il filetto può avere soprattutto la funzione di serrare le due parti. La tenuta vera e propria può essere affidata a un O-ring, a una rondella, a una guarnizione piana o a una battuta metallica.
Un esempio molto semplice è il collegamento di alcuni flessibili sanitari. Anche se è presente una ghiera filettata, la tenuta viene normalmente realizzata dalla guarnizione interna. Mettere PTFE sul filetto della ghiera non serve a sigillare la superficie dalla quale dovrebbe essere fermata l’acqua.
La regola pratica è quindi questa: prima si individua il sistema di tenuta previsto dal raccordo, poi si sceglie il materiale sigillante. Non il contrario.
Smontare il raccordo senza danneggiare tubi e componenti
Dopo avere isolato e scaricato l’impianto si può smontare la giunzione. Quando possibile conviene utilizzare due chiavi: una serve a trattenere il componente fisso e l’altra a svitare il raccordo.
Perché due? Perché applicando tutta la forza su una sola parte si rischia di trasmettere la torsione alla tubazione. È facile vedere qualcuno svitare un raccordo sotto il lavello e scoprire, pochi minuti dopo, di avere allentato anche la connessione nascosta dietro il mobile. Il problema originario era una goccia, quello nuovo può essere decisamente più fastidioso.
La stessa cautela è necessaria con raccordi in ottone, plastica e materiali relativamente fragili. Una forza eccessiva può deformare o crepare il componente.
Se il raccordo non si muove, non bisogna aumentare indiscriminatamente la leva. Corrosione, vecchi sigillanti induriti e filettature danneggiate possono rendere lo smontaggio difficile. In questi casi è spesso più prudente fermarsi e far intervenire un idraulico, soprattutto quando una rottura obbligherebbe a intervenire su una parte di impianto murata.
Pulire accuratamente la vecchia filettatura
Una sigillatura affidabile parte da filetti puliti. Dopo lo smontaggio bisogna eliminare il vecchio PTFE, la canapa, la pasta e gli altri residui rimasti nelle gole della filettatura.
Si può utilizzare una spazzola appropriata al materiale del raccordo, un panno e, quando necessario, un prodotto detergente compatibile. Se si deve applicare un sigillante anaerobico, la pulizia e lo sgrassaggio assumono un’importanza ancora maggiore perché le prestazioni dipendono anche dalle condizioni delle superfici.
Occorre controllare sia il filetto maschio sia quello femmina. Filetti deformati, consumati, corrosi o profondamente segnati possono impedire una buona tenuta anche utilizzando molto sigillante.
A questo punto conviene osservare anche il corpo del raccordo. Piccole crepe nell’ottone possono essere difficili da vedere quando il pezzo è montato. Se si nota una fessura, una deformazione importante o una corrosione avanzata, la soluzione corretta è la sostituzione.
Come sigillare un raccordo con nastro in PTFE
Il nastro in PTFE è uno dei sistemi più pratici per sigillare molte filettature coniche. È pulito, non richiede tempi di indurimento e permette di rimontare rapidamente il raccordo. Bisogna però scegliere un prodotto dichiarato idoneo all’applicazione prevista.
Il nastro si applica sul filetto maschio. È preferibile lasciare libero almeno il primo giro di filetto vicino all’estremità del tubo, così si riduce la possibilità che piccoli frammenti vengano spinti all’interno della tubazione durante l’avvitamento.
Il senso di avvolgimento conta. Guardando frontalmente l’estremità del raccordo maschio, il nastro viene normalmente avvolto nello stesso senso in cui il raccordo entrerà nel filetto femmina, cioè in senso orario nella maggior parte delle normali filettature destre. In questo modo il serraggio tende a mantenere il nastro in posizione invece di svolgerlo.
Il PTFE deve essere mantenuto leggermente in tensione e deve aderire alle gole del filetto. Non esiste però un numero universale di giri valido per qualunque nastro. Spessore, densità, larghezza e dimensioni del raccordo cambiano. Le indicazioni del produttore del nastro vengono prima delle regole tramandate a voce.
Come riferimento generale, alcuni produttori indicano pochi avvolgimenti sovrapposti, spesso nell’ordine di due-cinque passaggi a seconda dello spessore. Esagerare non significa aumentare automaticamente la tenuta. Uno strato troppo spesso può rendere difficile l’avvitamento e aumentare la sollecitazione sul raccordo.
Come utilizzare canapa e pasta sigillante
La combinazione di fibra di canapa e pasta sigillante è ancora molto utilizzata sulle filettature metalliche, soprattutto nell’idraulica tradizionale. Se eseguita correttamente permette una buona tenuta e consente spesso una certa possibilità di orientare il raccordo durante il montaggio.
La fibra viene distribuita lungo il filetto maschio nel senso del serraggio, evitando ammassi irregolari. Successivamente si applica la pasta prevista dal sistema scelto. La quantità corretta è quella necessaria a riempire in modo uniforme la filettatura senza creare un grosso accumulo.
Anche in questo caso non bisogna acquistare una pasta qualsiasi. Per acqua potabile, gas, aria, riscaldamento o altri fluidi occorre verificare espressamente l’idoneità dichiarata dal produttore e le eventuali certificazioni applicabili. Esistono paste che possono essere utilizzate con acqua e gas naturale ma non con GPL o ossigeno, per esempio.
Canapa e pasta sono particolarmente familiari agli idraulici esperti, ma richiedono un po’ più di manualità rispetto al nastro. Troppa fibra può rendere eccessivo il serraggio, mentre una distribuzione insufficiente o disordinata può lasciare percorsi di perdita.
Quando utilizzare un sigillante liquido o anaerobico
I sigillanti per filettature liquidi o in pasta rappresentano un’altra soluzione molto diffusa, soprattutto sulle connessioni metalliche. Alcuni prodotti sono di tipo anaerobico: induriscono quando rimangono confinati tra superfici metalliche a stretto contatto e in assenza di aria.
Il vantaggio è che il prodotto riempie gli spazi della filettatura e può contemporaneamente contribuire a contrastare l’allentamento della giunzione. Non tutti i sigillanti anaerobici, però, possono essere utilizzati su qualunque materiale.
Alcune formulazioni sono pensate esclusivamente per raccordi metallici e possono essere inadatte a determinate plastiche. Anche temperatura, pressione, diametro della filettatura e fluido trasportato influenzano la scelta.
Bisogna poi rispettare i tempi indicati nella scheda tecnica. Alcuni prodotti garantiscono una tenuta iniziale a bassa pressione poco dopo il montaggio, ma richiedono più tempo per raggiungere le prestazioni finali. Aprire immediatamente un circuito alla massima pressione senza avere controllato le istruzioni è un errore facilmente evitabile.
Come rimontare e serrare correttamente il raccordo
Dopo avere applicato il sistema di sigillatura scelto, il raccordo può essere avvitato. Si inizia sempre a mano. Se dopo uno o due giri il raccordo oppone una resistenza anomala, bisogna fermarsi.
Forzare un filetto imboccato male può provocare il cosiddetto serraggio incrociato, cioè l’accoppiamento dei filetti fuori dalla loro corretta traiettoria. Una volta danneggiati, aggiungere PTFE non li farà tornare come nuovi.
Quando l’avvitamento manuale procede normalmente, si completa il serraggio con gli utensili adatti. La tentazione di stringere “finché ce n’è” va evitata. Le filettature coniche sviluppano una notevole pressione tra i componenti e un serraggio eccessivo può deformare il raccordo o, nei casi peggiori, provocarne la rottura.
Se il produttore del componente indica una coppia di serraggio, quella è il riferimento da seguire. Sugli impianti domestici privi di indicazioni specifiche serve esperienza meccanica e buon senso. Quando per fermare una piccola perdita è necessario applicare una forza spropositata, spesso il problema non è la mancanza di serraggio ma il raccordo, il filetto o il sistema di tenuta.
Come verificare che la perdita sia stata eliminata
Terminato il montaggio, si rimuove il sigillante eventualmente fuoriuscito e si asciuga bene la zona. L’impianto viene quindi riportato in pressione gradualmente.
Su una tubazione dell’acqua si apre lentamente la valvola e si osserva la giunzione per alcuni minuti. Una verifica immediata è utile, ma non sempre sufficiente. Una perdita lentissima può manifestarsi soltanto dopo un po’ di tempo.
Conviene quindi controllare nuovamente la zona dopo qualche ora e, quando possibile, anche il giorno successivo. Un pezzo di carta assorbente asciutta passato intorno al raccordo permette di individuare tracce d’acqua molto piccole.
Se il collegamento perde ancora, continuare semplicemente a stringere non è sempre la risposta giusta. È preferibile togliere nuovamente pressione, smontare e controllare cosa non ha funzionato.
Perché non conviene sigillare la perdita dall’esterno
Quando la goccia è piccola, viene spontaneo pensare a silicone, stucco, nastro autoagglomerante o qualche colla applicata intorno al raccordo. Può sembrare una scorciatoia intelligente. Di solito non lo è.
In una connessione filettata la pressione del fluido agisce dall’interno verso l’esterno. Se il percorso di perdita attraversa i filetti, coprire esternamente il raccordo non elimina la causa. Nel migliore dei casi si ottiene una soluzione temporanea. Nel peggiore si nasconde la perdita e si rende più difficile capire quanto stia peggiorando.
Un materiale applicato all’esterno può avere senso soltanto quando un produttore prevede espressamente quel tipo di riparazione per uno specifico componente. Non va considerato il metodo normale per risigillare un raccordo filettato.
Errori comuni quando si rifà una filettatura
Uno degli errori più diffusi è utilizzare più sigillante possibile. Con il PTFE si fanno moltissimi giri, con la canapa si crea uno strato molto spesso oppure si ricopre il raccordo di pasta. Non funziona così. Il sigillante deve riempire gli spazi della filettatura senza impedire il corretto accoppiamento dei pezzi.
Altro errore frequente è avvolgere il PTFE nel senso opposto a quello di avvitamento. Durante il montaggio il nastro tende allora a spostarsi e raggrupparsi invece di rimanere distribuito nei filetti.
C’è poi chi applica PTFE indiscriminatamente a qualsiasi raccordo filettato. Se la tenuta viene effettuata da una guarnizione piana o da un O-ring, il problema va cercato lì. Una guarnizione vecchia costa spesso pochi centesimi e risolve più efficacemente di mezzo rotolo di nastro.
Infine bisogna evitare di mescolare prodotti senza sapere se siano compatibili. Esistono applicazioni nelle quali nastro e pasta possono essere usati insieme, ma ciò non significa che qualsiasi combinazione sia corretta. La scheda tecnica del prodotto scelto deve sempre prevalere sulle abitudini personali.
Quando la perdita dipende dal raccordo e non dal sigillante
Se una giunzione continua a perdere nonostante una sigillatura eseguita correttamente, bisogna iniziare a sospettare un problema meccanico.
Un filetto può essere stato danneggiato da precedenti montaggi. Un raccordo in ottone può presentare una microfessura dovuta a un serraggio eccessivo. Una filettatura può essere incompatibile con quella dell’altro componente anche se, a prima vista, sembra avvitarsi.
Quest’ultimo caso merita attenzione. Esistono diversi standard di filettatura. Due raccordi con diametro apparentemente simile possono avere profilo, passo o conicità differenti. Il fatto che si riescano ad avvitare per qualche giro non significa necessariamente che siano compatibili.
Se si deve usare una quantità anomala di sigillante per fare tenuta oppure il raccordo diventa durissimo dopo pochissimi giri, conviene verificare il tipo di filettatura e le dimensioni dei due pezzi.
Quando è meglio chiamare un idraulico
Rifare la tenuta di un piccolo raccordo dell’acqua accessibile può essere alla portata di chi possiede un minimo di esperienza nei lavori domestici. Non tutti i casi, però, sono buoni candidati per il fai da te.
È prudente rivolgersi a un professionista quando non si riesce a isolare in modo affidabile la tubazione, il raccordo è murato o difficilmente accessibile, il componente presenta corrosione importante, la filettatura è danneggiata oppure una rottura potrebbe causare un allagamento significativo.
Lo stesso vale per circuiti ad alta pressione, impianti industriali, tubazioni contenenti fluidi pericolosi e sistemi nei quali un errore possa mettere a rischio persone o apparecchiature.
Per il gas la soglia deve essere ancora più prudente. Un sospetto problema di tenuta su un raccordo della linea gas non è il momento giusto per sperimentare un nuovo sigillante comprato al supermercato. L’intervento va affidato a un’impresa con i requisiti previsti dalla normativa.
Come ottenere una riparazione affidabile e duratura
Sigillare correttamente una perdita da un raccordo filettato non significa semplicemente trovare il prodotto più forte. Significa individuare il sistema di tenuta previsto, smontare il raccordo in sicurezza, pulire e controllare le filettature, utilizzare un materiale compatibile e rimontare senza danneggiare i componenti.
Su un filetto conico si può ricorrere, a seconda dell’applicazione, a PTFE, filo sigillante, canapa con pasta oppure a un sigillante specifico. Se invece il raccordo utilizza una guarnizione o un O-ring, bisogna concentrarsi su quel componente. È una distinzione piccola sulla carta, ma nella pratica fa tutta la differenza.
Vale poi una regola che risolve parecchi problemi: più sigillante e più forza non significano necessariamente più tenuta. Un raccordo sano, correttamente accoppiato e preparato richiede una quantità ragionevole di materiale e un serraggio adeguato. Se per impedire una goccia bisogna riempire il filetto di nastro e appendersi alla chiave, probabilmente c’è qualcosa che non va.
Infine, dopo la riparazione bisogna sempre effettuare una verifica. Asciugare, riportare gradualmente l’impianto in pressione e ricontrollare il raccordo anche a distanza di qualche ora permette di sapere se il problema è davvero risolto. È un controllo semplice, ma evita quella fastidiosa situazione in cui si rimette tutto a posto, si chiude il mobile sotto il lavello e qualche giorno dopo si scopre che la goccia era ancora lì.

Roberto Granda è un appassionato di tecnologia e di tutto ciò che riguarda il mondo del fai da te e dei lavori domestici. Sul suo sito web, pubblica guide e tutorial su questi argomenti, con l'obiettivo di condividere la sua conoscenza con il maggior numero possibile di persone.